Il fratello della poesia, il romanzo epistolare

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Oggi vi parlerò di un’idea che ho maturato da poco tempo; lo farò partendo dalla fine con l’assunto conclusivo: il romanzo epistolare è, tra i generi letterari di prosa, quello che più di tutti, oggi, s’avvicina alla poesia. Se vogliamo, suo fratello.

L’antefatto è il seguente.

Un’amica, Valentina Cucinella, ha pubblicato un romanzo epistolare  dal titolo “Il senatore” (edito da Ciesse Edizioni con prefazione di Vauro Senesi). Un bellissimo libro che, per la sua stessa struttura, l’epistola, riserva una lettura particolare e coinvolgente. Mi chiese, poco tempo addietro, di partecipare alle sue presentazioni interpretando, nella lettura di alcuni brani, Marco. Così ho avuto il piacere di prestare la voce per due lettere che, quest’ultimo, uno dei personaggi del romanzo, scrive a Sofia, la protagonista del libro.

Sono rimasto incantato dalle lettere, dal linguaggio, dalla struttura delle stesse, tanto da sviluppare una teoria dell’accaduto. Una spiegazione, è bene precisare, solo in parte razionale.

Parto sempre dalla considerazione generale (da alcuni di voi conosciuta poiché inserita nel retrocopertina dei miei libri), secondo cui: “il linguaggio è il veicolo necessario del pensiero. Nei nostri pensieri si annidano le essenze della nostra vita. Così, all’interno, vi troviamo i più pacati sentimenti, quelli più accesi, l’odio, l’amicizia, ogni singola sfumatura materiale e spirituale che, fondendosi insieme, crea quel meraviglioso corso che è la vita.

Quindi, il linguaggio, sia esso scritto, orale, quello dei segni, delle espressioni, qualsiasi linguaggio, è l’unico strumento che è possibile utilizzare per raccontare la vita.

Abbiamo, quindi, la possibilità di scegliere tra due strade. Due approcci al linguaggio: quello che gli studiosi definiscono come Neoepistolarità tecnologica, oppure avere, nei confronti del linguaggio, un approccio ragionato, di media-lunga riflessione che, per contrapporlo al primo, possiamo definire come Retroepistolarità cartacea.

Mi spiego. La Neoepistolarità tecnologica, nata per definire l’approccio al linguaggio mediante apparecchi tecnologici (dal telefono in poi) ha fatto sì che le persone, per comunicare, sviluppassero abitudini e linguaggi che, col tempo, si sono adattati ai nuovi strumenti in uso.

Pensate a quando la comunicazione viaggiava necessariamente su un doppio binario: avere l’interlocutore davanti ai tuoi occhi, oppure, prendere penna e calamaio scrivendogli una lettera.

Pensate invece alla rivoluzione accorsa con l’invenzione del telefono prima, fino alle e-mail, agli sms o whatsapp. Comunicare è divenuto azione semplice ed immediata con chiunque ed in qualsiasi momento. L’elemento che più ha inciso è stato proprio il tempo della comunicazione.

Questo fenomeno ha trascinato con sé, inevitabilmente, una mutevolezza dei rapporti umani (la società liquida di Zygmunt Bauman) ma anche del linguaggio.

A mio parere, questo risulta evidente attraverso un esempio circa l’uso del linguaggio nel romanzo. Penso all’ultimo libro vincitore del premio “Bancarella” 2013, il quale annovera nel suo palmares, più che cinquantennale, autori quali: Ernest Hemingway, Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Umberto Eco, Alberto Bevilacqua, Ken Follett ed Andrea Camilleri; ma anche Bruno Vespa, Vittorio Sgarbi e Giulio Andreotti. Nel 2013, la giuria, ha assegnato il premio a “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli, edito da Newton Compton.

Punto focale per il mio ragionamento è sapere che, tale premio, viene assegnato da regolamento: «a quell’opera che a giudizio dei librai, interpreti sensibili ed attenti del vasto pubblico dei lettori, abbia conseguito un chiaro successo di merito e di vendita». Quindi, se vogliamo, è un premio di pancia, cioè dovrebbe giungere dalla pancia dei lettori per bocca, successivamente, dei librai.

Non m’importa, in questa sede, dire se tale romanzo abbia o meno meritato il premio, cosa che spetta alla giuria, piuttosto mettere in luce il linguaggio utilizzato dall’autrice. Grazie ad una recensione del prof. Pippo Russo su “L’unità” del 3 Agosto scorso, ho avuto la possibilità di imbattermi in uno dei più evidenti esempi di linguaggio Neoepistolare tecnologico. Ecco alcuni passaggi tratti dal libro della Premoli e riportati nell’analisi di Russo:

“« (..)freddo come il Polo Nord» (pagina 13); «(..) gelare i pinguini del Polo Sud» (pagina 87); «bianco come un lenzuolo» (pagina 15); «abbiamo bevuto come spugne» (pagina 18); «non avevo mai fatto male a una mosca» (pagina 24); «si sciolgono come neve al sole» (pagina 31); «puntuale come un orologio svizzero» (pagina 33); «come pesci fuor d’acqua» (pagina 47); «silenzio funereo» (pagina 52); «Mi vergogno come una ladra» (pagina 53); «tesa/o come una corda di violino»(pagine 54 e 71); «ci guardiamo in cagnesco» (pagina 56); «via il dente via il dolore» (pagina 103); «tacco vertiginoso» (pagine 105 e 110); «l’occasione servita su un piatto d’argento» (pagina 118); «Tra le braccia di Morfeo» (pagina 138); «Cosa bolle in pentola» (pagina 160); «dopo aver dormito tutta la notte come un ghiro» (pagina 174); «rossa come un peperone alla griglia» (pagina 229); «c’è del marcio in Danimarca» (pagina 229); «Non mi importa un fico secco» (pagina 242); «religioso silenzio» (pagina 289); «portare acqua al mio mulino» (pagina 290); «noi siamo due elefanti in cristalleria» (pagina 291).”

Tutti questi esempi, a mio parere, chiariscono quanto, oggi, l’approccio al linguaggio abbia preso una piega precisa ed evidente; ed è altrettanto chiaro che, tutte queste espressioni, sono riconducibili ad un linguaggio nuovo, rapido ed immediato. Sono lo stereotipo di una comunicazione moderna basata sulla rapidità comunicativa che tende a racchiudere in espressioni circoscritte (le c.d. frasi fatte), un contenuto più vasto ed articolato.

Facce della stessa medaglia sono poi altre esperienze comunicative come il “Keitai”, ovvero i romanzi ricevuti via sms che hanno avuto successo in Oriente o, ancora, l’avere materialmente scritto un romanzo composto, esclusivamente di sms. L’esempio più famoso è di un autore Finlandese, Hannu Luntiala, che ha pubblicato un romanzo (“The last messages”) composto di mille messaggini per un totale di ben 332 pagine.

Cosa cambia, allora, tra questo modello comunicativo e quello proprio della poesia e quindi, secondo me, del romanzo epistolare? Come dicevo inizialmente, cambia l’approccio al linguaggio. Se vogliamo semplificare, il tempo che si mette a disposizione dello stesso per attribuirgli maggiore peso, più importanza. Questo, di conseguenza, vuol dire nobilitare non solo il tuo interlocutore, ma anche i tuoi stessi pensieri e quindi il tuo vissuto.

La lettera, come dicevo, è ancorata alle prime forme di comunicazione. Ti permette di discernere bene il linguaggio, le parole. Ti permette di rileggere con calma e modificare il testo in tutta tranquillità per definizione stessa di lettera. Inoltre, questa, conserva quel carattere romantico ed introspettivo grazie al quale puoi approfondire pensieri che, altrimenti, puoi più rapidamente bollare con gli stereotipi di cui sopra ed inviarli tramite whatsapp in un flash (toh!).

Invece no, la lettera conserva, così come la poesia, il romanticismo e la scelta oculata di pensieri e quindi delle parole. Questi ultimi due elementi rimangono, a mio parere, i capisaldi della poesia. Tutto ruota attorno alle parole scelte per esprimere i pensieri ed alla loro combinazione.

Il professor Keating  (Robin Williams) ne “L’attimo fuggente” parlando ai suoi studenti dice: “Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. (..) Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.

Concetto che è ripreso da Roberto Benigni ne “La tigre e la neve” quando, rivolgendosi anch’esso ai suoi studenti afferma: “(..)e vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere”.

Personalmente credo che il nocciolo della questione giri proprio intorno al linguaggio, alla scelta delle parole e, per questo la lettera (quindi il romanzo epistolare), lo definirei come il fratello della poesia. Hanno in comune, potenzialmente sia chiaro, l’approccio al linguaggio.

Ecco spiegata la ragione per cui le lettere che ho avuto il piacere di interpretare, mi hanno colpito così tanto e le ho sentite sin da subito parte del mio stesso essere.

Non so, non essendo uno studioso, se ciò che ho espresso, abbia o meno carattere scientifico; probabilmente no ma, da “poeta”, sono affezionato a questo modo romantico di vedere le cose.

Consiglio di leggere entrambi i libri così da potere elaborare una vostra tesi personale. Di seguito i link:

1. Ti prego lasciati odiare QUI
2. Il Senatore QUI

Rosario Pinto

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